Il tassello: tanti nomi per un'unica storia

In ingegneria edile, nel design o nelle comuni attività di bricolage, con il sostantivo “tassello” si intende un sistema di fissaggio a muro dal funzionamento tanto semplice quanto geniale.

Caratterizzato da un involucro di plastica (o di metallo) seghettato, e munito di due piccole ali laterali, questo utensile viene inserito nel foro parietale praticato con il trapano. Accoglierà poi al proprio interno la vite che fungerà poi da supporto, per la mensola, il quadro o il televisore che sia.

Grazie al principio di espansione e alle due alette che consentono al tassello di rimanere fermo man mano che la vite verrà infilata, il risultato finale sarà un ancoraggio straordinario, con il tassello ormai perfettamente aderente alla superficie interna del foro grazie alla spinta stessa della vite.

Ecco, questo dispositivo è diffuso ormai in ogni angolo del pianeta e, logicamente, funziona sempre allo stesso modo a tutte le latitudini. Eppure, conosce una quantità enorme di nomi diversi, già solo in Europa.

Stesso oggetto, tanti termini

L’analisi dei nomi comuni è sempre interessante per conoscere risvolti e sfaccettature di una popolazione o di un agglomerato sociale: ne è un classico esempio il modo in cui Greci e Latini indicavano diversamente il serpente. I primi lo chiamavano drakon, dal verbo derkomai, ovvero “guardare in maniera fissa, scrutare con attenzione”. I secondi serpens, dal verbo serpo, che significava “strisciare”.

Stesso animale, due prospettive differenti, dunque: per i greci il tratto saliente era lo sguardo ipnotico della bestia, posta su di un piano alla medesima altezza dell’osservatore, occhi negli occhi; per gli antichi romani ecco che invece la caratteristica peculiare era il modo di muoversi, valutato da un punto di osservazione più alto rispetto a quello in cui si spostava l’animale.

Per il tassello, i differenti punti di vista dei singoli popoli daranno esiti tanto lontani? Analizzando 13 lingue europee si può rispondere sostanzialmente di no: le differenze esistono, ma non sono così significative. Entriamo nel vivo della questione!

Come viene chiamato il tassello nelle diverse lingue europee? Scopriamolo assieme

In tedesco, lingua della patria del tassello ad espansione, quest’oggetto si chiama Dübel. Si tratta di un termine che ha altre accezioni? Effettivamente sì, dal momento che vuol dire anche “molletta”, proprio come quella utilizzata per fissare i panni sullo stendino.

In spagnolo, ecco che la prospettiva con cui si intende il tassello cambia leggermente. Clavija, ovvero “paletto”, direttamente dal verbo clavar, “inchiodare”: il concetto di fissaggio è affine, la modalità che la lingua è andata a rievocare è invece differente.

Spostiamoci molto più ad ovest, agli antipodi dell’Europa. In russo, il tassello prende il nome di dyubel, ma in senso esteso indica il “piolo”, o comunque un “paletto” solitamente in legno. Strano, no? A livello letterale tutto lascia pensare ad un prestito dal tedesco, mentre il processo mentale semantico è indipendente.

Stesso riferimento in termini di significato anche in polacco, ma assai distante la forma linguistica utilizzata, ovvero kolkow, mentre due lingue estremamente differenti come l’ucraino e il finlandese (la prima di matrice slava, la seconda ugrofinnica), intendono con due termini distanti, rispettivamente shteker e pistoke, la medesima immagine, ovvero la “spina”.

Arriviamo al turco, che denomina il tassello tapa, equivalente a “tappo”, e notiamo subito una similitudine concettuale con il francese, pur nella logicamente ampia divergenza linguistica: sempre al tappo, infatti, rimanda il termine “bouchon”.

Il bello, però, arriva ora, e non c’è miglior modo di una sana carrellata per presentare questa serie di varianti per indicare il tassello: con l’inglese plug, l’olandese plug, lo svedese plugg, il norvegese plugg e il portoghese plugue assistiamo ad una prossimità linguistica evidente in termini letterali. Ma a livello di significato? Anche. Inteso ai giorni nostri sia per “tassello” che per “spina”, questo termine ha un’origine che parte probabilmente dall’olandese o, meglio, da un plugge dell’Olandese Medio, gruppo di dialetti germanici parlati tra il XII e il XV secolo, quando nel lessico marinaresco indicava il “tappo” o il “turacciolo”, da quello che chiudeva una bottiglia di liquore a quello che metteva al sicuro un’asse malandata della carena.

Tredici lingue, tredici modi di chiamare un oggetto tanto semplice quanto utile come il tassello, alcuni più simili tra loro di altri.

Qual è una nostra particolare soddisfazione in questo senso? Che, grazie al genio dell’Artur Fischer che negli anni ’50 lo inventò, ad ognuno di quei sostantivi viene oggi comunemente associato lo stesso termine. Appunto, Fischer.

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